Salta un’altra diga, e un fiume «rinasce»

28 07 2007

Sono cominciati grandi lavori nel bacino del fiume Sandy, in Oregon, stato nordoccidentale degli Usa. Martedì squadre di operai hanno fatto brillare circa 2.000 chili di esplosivo, per far saltare la parte alta della diga di Marmot, e i lavori proseguiranno tutta l’estate: entro l’autunno la diga che per quasi un secolo ha dato energia elettrica alla città di Portland sarà demolita.
«Comincerà un nuovo capitolo nella vita della fauna selvatica del fiume Sandy», si legge nelle note di stampa diffuse da Portland General Electric (Pge), l’azienda che ha in proprietà l’annessa centrale idroelettrica. Pge fa notare che Marmot dam, alta poco meno di 15 metri, sarà la diga più grande mai «decommissionata» in Oregon, e la più grande demolita in tutto il nord-ovest americano negli ultimi 40 anni. Un lavoro impegnativo: per demolire Marmot Dam è stata prima costruito uno sbarramento di terra provvisorio a monte, in modo da creare una zona di lavoro asciutta.
Pge spenderà 17 milioni di dollari per demolire Marmot e la «sorella» Little Sandy Dam, sull’omonimo fiume Little Sandy. Del resto, la centrale idroelettrica (chiamata Bull Run) era inattiva ormai dal 1999. Era capace di produrre abbastanza energia da alimentare oltre 10mila abitazioni, ma ormai ammodernare l’impianto sarebbe stato costoso: la stessa energia sarà prodotta in modo più conveniente da impianti eolici. Così Pge ha deciso che «era tempo di restituire la zona alla sua vita naturale». Rimosse le due dighe (e poi un tunnel che trasferiva acqua da un reservoir all’altro), per la prima volta da 100 anni i salmoni e altri pesci avranno libero passaggio per tutto il corso del Sandy river (i salmoni hanno un ciclo di vita migratorio); la zona passerà allo stato dell’Oregon e diventerà il centro di una zona di «conservazione e ricreazione».
La demolizione della diga di Marmot è un passo notevole, applaudito dalle organizzazioni ambientaliste Usa. Ma non è certo la prima diga «decommissionata» sui fiumi degli Stati uniti. Nel solo anno 2005 ben 56 dighe in 11 stati sono state demolite, apprendiamo dagli archivi del International Rivers Network, rete ambientalista che si batte contro le dighe e per la salvaguardia degli ecosistemi fluviali: dal ’99 sono state smontate oltre 185 dighe. Opere obsolete, che ormai provocavano più costi – finanziari ed ecologici – che benefici: meglio demolirle. E questo dovrebbe far pensare.
Le dighe sono state uno dei miti dello sviluppo del diciannovesimo e del ventesimo secolo, nato nella vecchia Europa ma dispiegato in tutta la sua potenza proprio negli Stati Uniti, dove hanno accompagnato la colonizzazione del «lontano Ovest». Negli anni ‘ 30 del 1900 le dighe sono state un elemento chiave del New Deal, la strategia di grandi opere (e di redistribuzione del reddito) che ha rimesso in moto l’economia americana – dalla Tennessee Valley al fiume Columbia.
Il binomio dighe-sviluppo è rotto ormai da tempo – almeno nei nostri paesi. Nel dopo Seconda guerra mondiale però è stato trasferito ai paesi «poveri», prescritto come ricetta per uscire dal sottosviluppo. L’idea di sfruttare i fiumi per produrre energia è attraente e logica, si capisce che vi abbiano pensato i dirigenti di grandi nazioni povere che cercavano uno sviluppo autocentrato. La macchina degli «aiuti allo sviluppo» dei governi occidentali ci si è buttata (voleva dire finanziare gigantesche commesse per imprese europee e americane), e negli anni ’50 è cominciato un boom, cresciuto fino agli anni ’70 (quando sono state commissionate oltre 5.000 dighe), solo in flessione negli ’80. Nell’ultimo decennio del secolo il ritmo è rallentato, ma restano in cantiere alcuni grandi progetti, sempre più contestati. Ormai è chiaro che i benefici economici sono stati sovrastimati, e sottovalutati invece i costi ambientali, sociali e umani. Ma non importa: mentre gli Usa demoliscono le proprie dighe, gli organismi finanziari emanati da Washington continuano a finanziare grandi dighe dove possono…

Fonte: ilmanifesto


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